Monasteri resistenti: spazi queer nei Promessi sposi di Manzoni e nella riscrittura di Guido da Verona
DOI:
https://doi.org/10.11606/issn.2238-8281.i49p97-107Parole chiave:
Alessandro Manzoni, Guido da Verona, I promessi sposi, Studi Queer, CanoneAbstract
Nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni è possibile individuare, dietro la reticenza e il non detto, alcune sfumature queer che colorano la relazione tra Gertrude (la monaca di Monza) e Lucia. Nonostante la disparità di potere tra le due personagge, Manzoni utilizza varie volte un linguaggio intensamente erotico per descrivere il modo in cui Gertrude si rivolge alla sua ospite, tanto che nella parodia del romanzo di Guido da Verona, pubblicata nel 1929, il loro rapporto diventa un percorso di iniziazione all’amore lesbico. Quello della formazione in monastero, temporanea oppure funzionale ai voti perpetui, si configura così, nei romanzi, come uno spazio di sospensione delle norme di genere tradizionali e, specialmente nel caso di ragazze e donne coinvolte, dà voce a orientamenti e sentimenti non conformi. Lo testimoniano altre opere del periodo, come La rivincita del maschio (1923) di Amalia Guglielminetti. Una delle parole che più spesso torna in queste relazioni omosessuali femminili è “tenerezza”, parola che sarà cara al femminismo italiano del secondo Novecento. Analizzare la queerness di un romanzo che è la quintessenza del canone storiografico italiano (oltre che dei generi letterari tradizionali) significa anche mettere in discussione i presupposti ideologici sottesi alla sua costruzione.
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